Sono uscito dal Senato alle 15.30, con in tasca una cravatta rossa. Me l’ha regalata un bambino, che era venuto con i genitori per assistere al concerto: «Tienila Giovanni, è tua. L’ho messa per te, per la prima volta in vita mia». Fuori, con mia grandissima sorpresa, ho trovato una grande folla radunata davanti Palazzo Madama, per salutare me e i professori d’orchestra. Ecco, Maestro Ughi, queste sono le immagini indelebili, che resteranno scritte nel mio cuore, indissolubilmente legate a quel concerto. Ora, proprio su questo tavolino, c’è un foglietto spiegazzato con sopra un autografo. Certo, in questi ultimi anni ho avuto l’onore di firmarne tanti. Ma quello che ho qui con me, l’ho voluto io. È l’unico autografo che abbia mai chiesto a un artista. Quella sera di dieci anni fa, me ne tornai al mio monolocale da una gremita Sala Verdi del Conservatorio di Milano, con in tasca quel foglietto, come fosse un gioiello. Non era stato facile nemmeno raggiungere il camerino dell’artista, per un nessuno come me, un anonimo studente in Composizione. Io non avevo amicizie influenti, a stento arrivavo alla fine del mese, affrontavo grandi sacrifici per diplomarmi in Composizione e il biglietto del concerto l’avevo pagato. Ma ora avevo l’autografo di uno dei più valenti violinisti del mondo: lei, Maestro Ughi.
Come ha potuto farmi questo? Come ha potuto sputarmi addosso tanto veleno, proprio il giorno della Vigilia di Natale? Lei si ritiene offeso, e di cosa? Come fa una musica a offendere, se è scritta e suonata con tutta l’anima? Una musica strumentale senza parole? Secondo lei, io non sarei degno di essere ammesso in Conservatorio. In realtà vi ho trascorso i miei migliori anni preparandomi a diventare, con cura, impegno e passione, un compositore di musica contemporanea. Sono diplomato in Pianoforte con 10/10. Sono diplomato in Composizione col massimo dei voti. Ho pubblicato le mie partiture musicali. Sono un dottore in Filosofia, laureato con Lode e ho pubblicato i miei scritti. Il mondo della musica classica è malato. Lei è uno dei pochissimi che è riuscito a viverlo da protagonista, ma forse non immagina cosa vuol dire studiare anni e anni uno strumento musicale per arrivare, sì e no, a insegnare in una scuola privata.
E così, a spartirsi la torta del potere musicale sono in pochi, una casta, impegnata a perpetrare la propria concezione dell’arte e la propria esistenza. È una lobby di potere fatta di protettori e protetti, nascosti nelle stanze di palazzi per molti irraggiungibili. Dalla casta emerge sempre lo stesso monito: «La gente è ignorante, noi siamo i veri detentori della cultura». Ma proprio nelle aule del Conservatorio, analizzando le partiture dei grandi del passato, e confortato dal pensiero di Hegel nella Fenomenologia, ho maturato il convincimento che ogni epoca abbia diritto alla sua musica. Perché costringere il pubblico del nostro tempo a rapportarsi solo a capolavori concepiti secoli fa, e perdere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espressione dei nostri giorni, che sia una rigorosa evoluzione della tradizione classica europea? La musica cosiddetta «contemporanea», atonale e dodecafonica, in ogni caso non è più tale, perché espressione delle lacerazioni che agitavano l’Europa in tempi ormai lontani. Ecco allora il mio progetto visionario. È necessario uno sforzo creativo a monte, piuttosto che insistere solo sull’educazione musicale, gettando le basi di una nuova musica colta contemporanea, che recuperi il contatto profondo con la gente. Ho provato a farlo, con le mie partiture e i miei scritti. È stato necessario.
Ci sono voluti altri dieci anni, oltre i venti di studi, e il risultato, per nulla scontato, è stato deflagrante: il pubblico, soprattutto giovane, è accorso ai miei concerti, di pianoforte solo o con orchestra sinfonica, come fossero eventi rock, a Roma e a Milano come a Pechino, New York e Tokyo. Quella musica parla al cuore ma il suo virtuosismo tecnico e soprattutto ritmico richiede esecutori di grande talento. È una musica colta che non può prescindere dalla partitura scritta e che rifiuta qualunque contaminazione, con le parole, con le immagini, con strumenti musicali e forme che non siano propri della tradizione classica. Centinaia di giovani mi scrivono che, sul mio esempio, sono entrati in Conservatorio per studiare uno strumento o per intraprendere la via creativa della composizione. Come la storia dell’Estetica musicale insegna, in tutte le epoche ogni idea nuova ha dovuto faticare per affermarsi, divenendo poi, paradossalmente, la «regola» per i posteri. Quello che è certo è che quando il nuovo avanza fa sempre paura. Da amante di Hegel, quindi, sapevo benissimo che l’ondata di novità avrebbe mandato in crisi il vecchio sistema e che i sacerdoti della casta, con i loro adepti, non potendo riconoscere su di me alcuna paternità, avrebbero messo in atto una criminale quanto spietata opera di «crocifissione di Allevi». «Il suo successo mi offende...», «Le composizioni sono musicalmente risibili...», «È un nano...», ma l’assunto più grave che circola è: «Allevi approfitta dell’ignoranza della gente, attraverso una furba operazione di marketing». Niente di più falso! La mia è una musica classica, perché utilizza il linguaggio colto, la cui padronanza è frutto di anni di studio accademico. La mia è una musica nuova perché contiene quel sapore, quella sensibilità dell’oggi, che nessun musicista del passato poteva immaginare.
«Ogni mattina, quando si leva il sole, inizia un giorno che non ha ancora mai vissuto nessuno», afferma il teologo David Maria Turoldo. La mia non è una musica pop, perché non contempla alcun cantante, alcuna chitarra elettrica e batteria e non usa la tradizione orale, o una scrittura semplificata come mezzo di propagazione. Non c’è alcuna macchinazione, tutto è assolutamente limpido e puro: le persone spontaneamente hanno scelto di seguirmi. Ma bisogna smettere di ritenere ignorante la gente «comune». Il pubblico cui si rivolgeva Mozart nel XVIII secolo era forse più colto del nostro? Mai in Italia ci sono stati tanti studenti di musica come in questi tempi. Se la mia musica l’avesse infastidita, Lei poteva semplicemente cambiare canale. E invece, esprimendo un parere del tutto personale, si è voluto erigere a emblema di un mondo ferito, violento e cieco.
Non sono un presuntuoso, semmai un sognatore, e la mia musica, assieme alle mie intuizioni estetiche, non hanno mai voluto offendere nessuno. Io, a differenza di lei, non ricopro nessun ruolo istituzionale, non ho fatto intitolare nessun Festival a mio nome, non ho potere alcuno nel cosiddetto «mondo della musica», ma ciononostante mi si accusa di essere in un luogo, il cuore di centinaia di migliaia di persone, dove altri vorrebbero essere. Alla luce delle sue parole, sembra paradossale che lei sia Presidente dell’Associazione «Uto Ughi per i giovani». Il grande Segovia diceva: «I giovani compositori hanno fatto la mia fortuna, io la loro». Invece Lei ha scelto la via facile dell’ostruzionismo, dall’alto della sua conclamata notorietà. Quel suo autografo che ho sempre conservato gelosamente, dopo tanti anni, per me ora non conta più niente
"Perché costringere il pubblico del nostro tempo a rapportarsi solo a capolavori concepiti secoli fa, e perdere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espressione dei nostri giorni, che sia una rigorosa evoluzione della tradizione classica europea?"
Non sono mai stata una grande appassionata di musica classica, solo qualche brano ascoltato dai miei in casa, e una sincera passione per i balletti di Tchaikovsky. Ora, da quando ho scoperto la musica di Giovanni Allevi, non faccio altro che ascoltarla, e ascoltarla, e ascoltarla di nuovo. Ma perchè? Perchè mi riempe l'animo di una sensazione che banalmente definisco buona. E questo è dovuto al fatto che la musica sembra parlarmi, perchè, come giustamente dice Allevi, è contemporanea, è un attimo di tranquillità in questo mondo frenetico che non trova un attimo di pace.
Provo un grande rispetto per il maestro Uto Ughi, ma, proprio perchè è diventato un simbolo della musica a livello internazionale, non dovrebbe essere così critico con i suoi colleghi.
Scritto da: Anna | 24 febbraio 2009 a 20:57
La musica di Allevi contemporanea? Sa già di strasentito, una contaminazione mal fatta di stili banali e passati. Sono passato per mia disgrazia in piazza Duomo a Milano durante una sua performance al pianoforte: non sono riuscito a resistere più di 10 minuti prima che la noia mi constringesse a altri passatempi più realizzanti e soddisfacenti. Allevi cavalca solo l'onda di una falsa novità ritenendosi superiore ad una tradizione compositiva contemporanea solo perché, a quanto dimostra, non ha i mezzi nemmeno per avvicinarvisi. Io ascolto i cosiddetti classici come fa lui, ma sinceramente non trovo un solo compositore degno di questo nome che mi provochi un senso di banalità come la musica che lui scrive. A chi serve una musica del genere? Uno ascolta Allevi e poi si precipita su una sinfonia di Mahler, su un quartetto di Beethoven, su un poema sinfonico di Strauss? Se lo facessero davvero Allevi sarebbe già morto, perché scoprirebbero l'abisso che separa questi mostri sacri dal presuntuosetto dall'aria docile e un po' ingenua con la quale ammaestra sapientemente gli artefici della sua fortuna!
Scritto da: DAMON | 18 luglio 2009 a 01:39
chi è ughi?
Scritto da: luca | 07 aprile 2010 a 10:09
Anche io sono diplomato in conservatorio eccetera eccetera, ma non mi sento assolutamente rappresentato da quel feticcio mediatico di Giovanni Allevi. Che tristezza sentire il suo piagnucolare, offeso perchè si ritiene testimone della "nuova" musica (ma nuova dove?!) e rappresentante di migliaia di giovani che davvero hanno talento, ma non riescono a sfondare perchè non hanno un supporto pubblicitario come il suo. Caro Giovanni, la tua musica è pop, e nemmeno delle migliori. Guadagna i tuoi miliardi, ma smettila di autoproclamarti musicista "colto"... ci credono solo gli ignoranti.
Scritto da: Alessandro | 06 giugno 2010 a 19:26
Cito Anna:Non sono mai stata una grande appassionata di musica classica, solo qualche brano ascoltato dai miei in casa, e una sincera passione per i balletti di Tchaikovsky. Ora, da quando ho scoperto la musica di Giovanni Allevi, non faccio altro che ascoltarla, e ascoltarla, e ascoltarla di nuovo. Ma perchè? Perchè mi riempe l'animo di una sensazione che banalmente definisco buona. E questo è dovuto al fatto che la musica sembra parlarmi, perchè, come giustamente dice Allevi, è contemporanea, è un attimo di tranquillità in questo mondo frenetico che non trova un attimo di pace.
Provo un grande rispetto per il maestro Uto Ughi, ma, proprio perchè è diventato un simbolo della musica a livello internazionale, non dovrebbe essere così critico con i suoi colleghi.
Ecco Anna, vatti a sentire qualche cosa in più, tipo Monteverdi,Vivaldi,Mozart, Beethoven,Strauss, Mahler,Wagner. Anzi prima ascoltati la Morte di Isotta dal Tristano e Isotta di Wagner poi ascolta la "versione" da dopo lavoro ferroviario che ha fatto Allevi e che circola su youtube, mi saprai dire...
Infine, non dire che Ughi è collega di Allevi, Ughi è un virtuoso del violino, Allevi sicuramente non lo è del pianoforte.
Un pianista che non ha il pianoforte a casa, ma andiamo, come fa a mantenere la tecnica a un livello decente se non mette le mani sulla tastiera?
Scritto da: Stefania | 29 settembre 2010 a 21:27
Sterili commenti dovuti all'invidia quando una persona raggiunge il successo: nel mondo esiste una piccola massa elitaria che si ritiene esperta e detentrice della perfezione artistica e una grande massa di persone comuni per le quali l'arte viene percepita come emozione e non come virtuosismo. Due posizioni distinte che a volte si mischiano. Tranne nel caso già citato di una invidia allo stato puro!
Scritto da: rosanna gazzaniga | 16 ottobre 2010 a 10:31
Rosanna Gazzaniga...
Uto Ughi invidioso di Giovanni Allevi?! Sarebbe simile al dir che Beethoven sia invidioso di Britney Spears.
Beethoven non me ne voglia.
Scritto da: Enrica | 15 settembre 2011 a 13:57
si gazzaniga, l hai detta davvero grossa
Scritto da: diego | 08 ottobre 2011 a 10:03